Le macchine intelligenti ci obbligano a ripensare la nostra eccezionalità

Insieme a mio fratello, dobbiamo prendere un volo Lione-Roma. A causa del nostro ritardo genetico, in questo caso raddoppiato, ci pensiamo solo 4 giorni prima. Andiamo a vedere il costo di quello più economico, un EasyJet a 70 euro. Decidiamo di aspettare, abbiamo altro da fare. Ritorniamo il pomeriggio di tre giorni prima: 95 euro. Un po’ stizziti, decidiamo che è il caso di prenderlo, ma solo dopo mangiato. Ci ritorniamo e il costo è schizzato a 105 euro. Dopo un’ora.

Di Filippo Zimmaro / 10.03.2021

Stiamo competendo con un sistema troppo più forte di noi: l’algoritmo conosce tutto e, se anche gli sfuggisse qualcosa, imparerebbe dal suo errore e lo correggerebbe. Per me, inventare comportamenti inusuali sempre nuovi è impossibile. L’algoritmo riuscirà a farmi spendere il massimo che sono disposto, garantendo il guadagno ottimo alla compagnia. Non ci sono voli last minute, non ci sono errori di sistema, non ci sono malintesi o difetti di programmazione. Se pure ci fossero, sarebbero così infinitesimi da non essere da me percepibili. È un gioco che posso fare, se voglio, ma che perderò sicuramente, come se mi sedessi a un tavolo di scacchi con davanti Stockfish livello 9. 

I managers di EasyJet non sono diventati di certo più intelligenti, lucidi e brillanti, è soltanto l’agente artificiale che si muove con una velocità, una costanza e un’accuratezza con cui competere per me sarebbe equivalente a prendere a pugni un muro di gomma. La sensazione di impotenza mi pervade, non la so gestire, la mia mente non si arrende all’idea di soccombere e mi creo più danno. 

Cosa dovremmo fare, una volta appurato che con le macchine non possiamo competere? Imparare da loro? Creare tante macchine che competano fra di loro per garantire una certa forma di indipendenza (se io non riesco a competere almeno lo riesce a fare la mia macchina)? Adattarci camaleonticamente al sistema creato e cavalcare le opportunità strabilianti e impensate che questo offre, disinteressandoci dei metodi con cui esso opera e degli effetti che genera, come fanno influencers o populisti più beceri?

Anche per evitare il prosperare di queste ultime due categorie, abbiamo il dovere di organizzare il mondo digitale, proprio come abbiamo fatto, nel corso dei secoli, con il mondo reale. Organizzare vuol dire chiaramente regolamentare, definire delle leggi, ma non solo: questo processo implica necessariamente l’accordarsi su un insieme di valori, un’etica insomma. Inoltre, la comparsa di nuove entità con cui rapportarsi ci costringe a ripensare alla nostra stessa identità in relazione a questi nuovi agenti, le macchine appunto. L’intelligenza artificiale sempre più ci sta togliendo il primato dell’apprendimento, della computazione e del ragionamento, pilastri su cui abbiamo costruito il nostro pensarci come esseri eccezionali. Questa stessa nostra eccezionalità va ripensata. 

Per il filosofo Floridi, dopo la rivoluzione Copernicana (la Terra non è al centro del sistema solare), quella Darwiniana (l’uomo non è un unicum nel regno animale), Freudiana (l’uomo non ha il controllo trasparente della sua mente) stiamo vivendo una Quarta Rivoluzione, a capo della quale pone Alan Turing, che riguarda la perdita da parte dell’uomo della prerogativa di essere intelligente.

Forse la Quinta rivoluzione sarà la rivoluzione Felice. In fondo, la nostra eccezionalità non risiede tanto nell’apprendimento, il cui meccanismo prima o poi ci sarà del tutto chiaro, ma nella ipercomplessità della sfera emotiva. Diventerà quindi obsoleto il desiderio di benessere che bene riesce a soddisfare il Capitalismo e cercheremo di sostituirlo con il desiderio di felicità, per cui sarà necessario un altro sistema. Ma queste sono solo utopie adolescenziali, torniamo allo scontro con il digitale (che abbiamo capito non riguarda solo nonna alle prese con la Smart Tv, ma anche l’ultimo dei Millennials).

Organizzare il mondo digitale, convergere sui valori che ne regolano i rapporti, comprenderne le nuove entità emergenti (revenge porn, fake news, shit storms, cosa sono?), creare una Costituzione digitale universale (necessariamente universale perché non avrebbe senso parlare di località nel mondo digitale), regolamentare le nuove economie che da questo vengono generate (i dati sono o non sono una merce di scambio?), è un lavoro duro, difficile, faticoso. Non farlo significherebbe accettare di vivere gran parte del nostro tempo in un Far West dominato da sceriffi e cowboy, gruppi di pochi o pochissimi, come stiamo facendo adesso. 

Da Zuckerberg, Page e Bezos non possiamo pretendere lungimiranza, responsabilità e anteposizione del bene comune alla ricerca del guadagno. Non perché in quanto imprenditori di successo siano necessariamente capitalisti intrisi di malvagità, come una certa retorica tende a rappresentare, ma semplicemente perchè si trovano a scelte etiche totalmente nuove, a cui nessuno è stato educato e preparato (è stato giusto esiliare Trump da tutti i social?).

Take-home message? Organizzare il mondo digitale è, in definitiva, una delle sfide più importanti che si pongono davanti alla comunità del 21esimo secolo, insieme alla lotta alle disuguaglianze e al riscaldamento globale.

Questo articolo è disponibile anche sul blog di Filippo Zimmaro Centoidee.

Autore

Filippo Zimmaro (Italia)

Lingue: italiano, inglese, francese, portoghese

Studi: fisica

L’Europa è… capire che alcune cose si dicono meglio in un'altra lingua, con un altro accento, muovendo la bocca e le mani in modo diverso.

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Author: alessandra

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