L’esercizio fisico: una questione di salute o un dovere sociale?

Negli anni ’70 essere magri era di moda. Gli anni ’80 invece hanno visto la diffusione di una malattia pericolosa: l’obesità. Allo stesso tempo, la tecnologia ha iniziato a farsi strada nella nostra quotidianità, andando a interessare sia la sfera lavorativa, sia quella familiare, mentre le palestre hanno sempre mantenuto la propria importanza. 

Di Giulia Barjona / 26.02.2021

Oggi, così come nel passato, il nostro aspetto fisico trasmette una determinata immagine, sia a noi stessi, sia agli altri. Ma l’immagine che vediamo riflessa nello specchio rappresenta le cose come sono realmente, oppure un ideale di perfezione da raggiungere?

Innanzitutto, è importante sottolineare come l’importanza dell’esercizio fisico e delle sue ripercussioni positive sulla salute fossero già stati riconosciuti dagli antichi greci. Di fatto sono stati proprio i greci a inventare i giochi olimpici! L’idea di un corpo bello, o addirittura perfetto, è legata anche alla storia dello sport, oltre che alla salute della mente. “Mens sana in corpore sano”, disse Giovenale. L’esercizio fisico infatti contribuisce a una buona gestione dell’ansia, e ci aiuta a pensare in maniera razionale. Guardando alle cose da questo punto di vista, gli sport di squadra possono essere visti come un’opportunità per gestire l’ansia sociale, imparando a lavorare in gruppo: avere un obiettivo comune favorisce l’instaurazione di un rapporto di fiducia tra i membri della squadra. 

Inoltre, le attività che richiedono un grande sforzo muscolare e una grande resistenza fisica mettono alla prova anche la forza di volontà. Quando il cuore lavora a ritmi così elevati e i muscoli iniziano ad accusare una certa stanchezza, è difficile non cedere alla tentazione di gettare la spugna. Chi si dedica alla corsa, per esempio, e si prepara per una maratona, deve allenarsi con costanza, e ci riesce solamente chi è mosso da una grande passione. Il nostro corpo, inoltre, subisce dei cambiamenti, mano a mano che si procede con l’allenamento: le ossa diventano più forti e la frequenza cardiaca si adatta alla nuova situazione. 

A questo bisogna aggiungere che uno stile di vita sedentario è uno dei modi “migliori” per favorire lo sviluppo di patologie che potrebbero essere evitate con l’esercizio fisico. In altre parole, l’attività fisica ci protegge, tra le altre cose, dalla trombosi, e abbassa la pressione sanguigna, perché il cuore diventa più forte e pompa il sangue in tutto il corpo, agevolando la circolazione di ossigeno. 

Esistono pochi tipi di attività che non sono consigliati a persone affette da patologie o da disabilità. Tuttavia, tutto dipende dalla patologia in questione e dalle sue cause. Gli sport paraolimpici sono la testimonianza dell’ampia gamma di sport praticabili da persone portatrici di handicap, in quanto a livello paraolimpico sono rappresentati quasi tutti i tipi di attività. I benefici che ne derivano per la salute fisica e mentale di questi atleti sono evidenti. 

Nonostante quanto detto finora, la maggior parte delle persone tende a pensare all’esercizio fisico in maniera stereotipata. E questa sorta di pregiudizio distoglie l’attenzione dalla vera essenza dello sport, portando le persone a idealizzare l’attività fisica e a formarsi delle aspettative poco realistiche riguardo il proprio corpo e l’opinione altrui. Tale visione distorta dello sport e l’ambizione di incarnare lo stereotipo della bellezza e della perfezione rappresentano un pericolo. 

Innanzitutto, come dicevano i latini, “La virtù sta nel mezzo”, e questo vale anche nel mondo dello sport. Se un bambino ne pratica troppo, per esempio, questo potrebbe causare un blocco nella sua crescita: lo sforzo eccessivo fa sì che l’energia non venga distribuita correttamente nell’organismo. 

Nel caso degli adolescenti, lo sviluppo non è l’unico aspetto a risentire della troppa attività fisica: anche il rendimento scolastico potrebbe esserne influenzato negativamente, in quanto lo studio viene messo da parte se ci si concentra quasi esclusivamente su una carriera atletica per lo più irraggiungibile. Inoltre, per alcuni sport la fine degli studi combacia con la fine della carriera sportiva; prendiamo la ginnastica ritmica per esempio: la carriera inizia intorno agli 8 anni e finisce quando l’atleta ne ha 25 o 30 al massimo. Solitamente questa è l’età in cui coetanei finiscono la laurea magistrale. La nuova generazione, con i propri sogni di gloria, rimarrà un po’ delusa e finirà con l’avere pochi buoni voti all’università.

In più, fare esercizio e partecipare a gare, partite e allenamenti è un grande dispendio, oltre che di energie, di tempo e di denaro. I giovani atleti si vedono costretti a scegliere tra la famiglia e l’attività che tanto li appassiona, tra mettere da parte i soldi e investire tutti i risparmi nella propria passione. La vergogna provata verso se stessi e la società è troppo grande per non allenarsi e correre il rischio di fare un passo indietro e fallire. 

Sono le pubblicità che ci impongono questa sensazione di felicità e il fatto di dover corrispondere a determinati canoni di bellezza: da un lato vediamo in televisione i corpi perfetti e irraggiungibili di modelle e modelli; dall’altro lato siamo circondati da cartelloni pubblicitari che sponsorizzano palestre di ogni genere aperte 24 ore su 24, 7 giorni su 7. 

Infine, l’esercizio fisico è sempre stato promosso anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’insegnamento di educazione fisica è offerto da tutte le scuole, insieme alla possibilità di partecipare ad attività sportive anche dopo la scuola. Ciononostante, fare sport non significa automaticamente fare del bene al proprio corpo. Non sarebbe quindi utile, nelle ore di educazione fisica, dare la possibilità ai ragazzi di conoscere, o anche cambiare, il proprio corpo trattandolo però allo stesso tempo con tutto il rispetto che merita? 

Autrice

Giulia Barjona (Italia)

Lingue: Italiano, inglese e francese. 

Studi: Laureata in Scienze pedagogiche 

L'Europa è... un'immensa fonte d'ispirazione e di scoperta.

Traduttrice

Beatrice Marchesini (Italia)

Studi: Interpretariato e Traduzione

Lingue: italiano, inglese, russo, spagnolo

L’Europa è… la mia casa. 

Author: alessandra

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