“Il segreto per essere un bravo fotografo è la determinazione”

Il fotografo Gianfranco Tripodo ha ricevuto uno dei riconoscimenti più prestigiosi nell’ambito del giornalismo fotografico , il World Press Photo, grazie ad una istantanea che mostra una delle realtà più crude dell’Unione Europea: la situazione dei migranti nella città di confine di Melilla.

La prima volta che ho sentito parlare di Gianfranco Tripodo è stato in una chiesa. Nello specifico, nella Niuewe Kerk, una chiesa del centro di Amsterdam, che ospita annualmente uno dei concorsi più prestigiosi di giornalismo fotografico, il World Press Photo. Fa molta impressione vedere immagini della guerra in Siria, a Gaza e in Ucraina, tra immense vetrate e pilastri in pietra. E’ stato lì che è avvenuto il mio primo incontro con la fotografia di Gianfranco Tripodo, vincitore di uno dei premi nella categoria ‘Notizie di carattere generale’.

Gianfranco Tripodo_awarded picture

La prima volta che ho incontrato Tripodo (nato a Manila nel 1981), è stato in una caffetteria di Madrid. Era arrivato in anticipo all’appuntamento e stava già lavorando su un grande tavolo di legno, circondato da documenti. Aveva il cellulare in una mano e una lista di cose da fare nell’altra, e un caffè da bere durante l’intervista.

Vorrei cominciare parlando della fotografia che ha vinto, di quali sono state le circostanze che hanno portato a quello scatto.

Erano tre anni che stavo lavorando sull’argomento, ma sapevo che mi mancava ancora la fotografia che immortalava il momento del salto della barriera [la città spagnola di Melilla, situata nel Nord Africa, è separata dal Marocco da una tripla barriera di confine]. Per un motivo o per un altro, mi ero sempre perso quel momento, a volte perché la Guardia Civil me lo impediva, altre volte semplicemente perché non ero sul posto quando succedeva. Avevo quindi deciso che sarebbe stato il mio ultimo soggiorno e quello della foto era il mio ultimo giorno di lavoro a Melilla. Ero al CETI [Centro di Accoglienza temporanea per stranieri] e stavo facendo un’intervista, quando mi hanno avvisato che era in corso un salto della barriera. Quando sono arrivato sul posto, ho visto una quarantina di persone sopra una costruzione vicino alla frontiera. Dopo aver superato l’ultima barriera, sono iniziati gli scontri con la polizia, che tentava di riportare le persone in Marocco. Alcuni sono riusciti a scappare e a nascondersi sotto alla macchina che si vede nella fotografia. Ricordo che stavo fotografando una scena che si stava svolgendo alla mia sinistra, non ricordo nemmeno di cosa si trattava; improvvisamente, mi sono girato e ho visto due persone sotto la macchina. Uno dei due non si vede nella foto perché era coperto dall’altro. Li ho fotografati e poi ho continuato a fare dell’altro, ma non ricordo nemmeno cosa. E’ stato tutto molto rapido. Più tardi, ho saputo che quei due erano riusciti a rimanere a Melilla e a non essere rimpatriati.

Come scegli i temi e i luoghi che decidi di fotografare?

Sono coincidenze, anche se non sono particolarmente interessato alle ‘breaking news’. Infatti, quando ho cominciato il lavoro a Ceuta e Melilla, la notizia non era all’ordine del giorno e in pochi se ne occupavano in quel momento. Ero da solo e, per questo motivo, sono riuscito ad entrare al CETI di Ceuta.

Ho visto le tue foto del CETI, dove immortali la squadra di calcio formata dagli immigrati del centro. Queste immagini sono molto diverse da quelle che di solito si vedono sui giornali, nelle quali i migranti sono rappresentati come una massa indefinita.

E’ un tema di cui mi occupo da lungo tempo e non mi servono immagini da vendere alle riviste; quindi non subisco la pressione che hanno solitamente i free-lance, che arrivano sul posto per fare la foto del momento Questo mi permette di fare foto che illustrano anche il contesto.

Come riesci a gestire economicamente per così tanto tempo progetti che nel breve termine non portano guadagni?

Lavoro per riviste e clienti commerciali che mi consentono di guadagnare abbastanza per permettermi di dedicarmi anche a queste iniziative.

Guadagni tempo, per così dire.

E’ proprio così. E grazie a ciò, posso decidere; avere la sostenibilità economica dei miei progetti è una cosa che ho sempre tenuto molto.

Ti ricordi il momento esatto in cui hai deciso che volevi dedicarti a questo lavoro?

La fotografia mi è sempre piaciuta; infatti, per la Prima Comunione, ho ricevuto una macchina fotografica , una classica Nikon automatica, che ho tuttora. Durante l’adolescenza, avevo sempre con me la macchina fotografica e, quando sono andato all’Università, mi sono appassionato di fotografia documentaria. Ma i momenti decisivi sono stati quando mi sono trasferito a Madrid per fare l’assistente di Ricky Dávila e quando ho collaborato con Cesura Lab, un collettivo di giovani fotografi italiani che erano in stretto contatto conAlex Majoli, un fotografo della agenzia Magnum.

Bisogna proprio essere appassionati, perché i primi tempi sembrano molto difficili.

Oh si, molto difficili…

Bisogna perseverare?

Alex Majoli dice sempre che il segreto sta nella determinazione.

L’altro giorno ho letto un’intervista con Manu Brabo , che diceva la stessa cosa, cioè che, in sostanza, bisogna essere testardi.

Si, testardi. Lavorare molto e fare molti sacrifici. Per esempio, a mala pena riesco a vedere i miei amici di Napoli e mi tengo sempre un mese durante le vacanze per andarmene da qualche parte a fare fotografie. E tutti i miei soldi finiscono in progetti o attrezzatura.

Quali macchine fotografiche usi di solito?

Cerco sempre di ottimizzare l’attrezzatura. Al momento, sto lavorando con una Olympus, che è una piccola camera, no reflex. Ho altri corpi macchina Olympus e tre o quattro obbiettivi. Preferisco utilizzare delle ottiche fisse, ho un 28, un 35 e un 50. Faccio la maggior parte delle fotografie così.

Decidi di utilizzare il bianco e nero a seconda del soggetto che stai fotografando?

Si, in un certo senso è così. Il bianco e nero mantiene la capacità di astrazione, che per certi soggetti è una tecnica più potente. La maggior parte dei fotografi a cui mi ispiro utilizzano il bianco e nero, così quando ho cominciato, mi sono sentito più a mio agio con questo tipo di tecnica, molto diversa dal colore. Però mi sento sempre più a mio agio con il colore e infatti, lo sto utilizzando sempre di più.

Chi sono i fotografi a cui fai riferimento?

A me piacciono soprattutto i ritratti, ad esempio quelli di Richard Avedon. Seguo anche Anders Petersen, Daido Moriyama, Paolo Pellegrin, Laia Abril

Esiste una sorta di comunità tra fotografi oppure è una professione da lupo solitario?

E’ un lavoro solitario. Ho alcuni amici con i quali condivido esperienze e fotografie, ma il mondo del giornalismo fotografico è assai ristretto. Ci conosciamo più o meno tutti e tutti sappiamo chi fa cosa.

C’è competitività tra colleghi?

Molta.

Sana? Oppure vi rubate i soggetti l’uno con l’altro?

Entrambe le cose. Dipende da persona a persona, è un ambiente estremamente competitivo, molto fertile ma i mezzi che possono pubblicare il tuo lavoro sono molto pochi, 20- 50 in tutto il mondo. Allo stesso tempo, ci sono un migliaio di persone che vorrebbero averne accesso e di questi mille, almeno 500 sono molto bravi. C’è molta competitività.

Molti fotografi si lamentano della mancanza di supporto da parte dei mezzi di comunicazione e dicono che il loro lavoro è sottostimato..

Soprattutto in Spagna. La situazione è complessa, i media sono pochi, è raro riuscire a lavorare con loro e i temi difficili non sono di loro interesse.

In che senso difficili?

Temi che possano causare polemiche. Tendono a non occuparsene.

Secondo te perché lo fanno?

Perché, alla fine, tutti i mezzi di comunicazione, chi più chi meno, sono finanziati dalla pubblicità. Quando si riuniscono i capi di redazione e gli editori, non possono occuparsi solo di fare giornalismo, ma devono avere bene in mente le possibili reazioni degli sponsor e dei consigli di amministrazione, che non sono composti solo da giornalisti, ma da azionisti e da persone che nulla hanno a che fare col giornalismo. Questo significa che gli argomenti più spinosi come ad esempio le espulsioni, non vengono trattati dai media, ancorché siano questioni importanti e abbiano portato ad una vera e propria emergenza sociale in Spagna.

Sono usciti solo attraverso i mezzi alternativi …

Si e ci sono fotografi come Olmo Calvo che stanno lavorando su questo argomento da tempo e hanno diffuso questa notizia anche all’estero. Oltretutto l’hanno pubblicata con fior fiori di gallerie fotografiche che vanno molto nel dettaglio. E’ un argomento che in Spagna non sarebbe mai stato pubblicato.

Non viene permessa la pubblicazione a causa dell’opposizione delle banche che sponsorizzano la stampa?

Si, ti bloccano. E hanno influenza sul consiglio di redazione. Lo stesso succede con il tema di Melilla; lo hanno pubblicato solo quando è diventata un’emergenza e allora era in prima pagina. Però, mancano, ad esempio, reportage dettagliati che parlino della situazione dei Siriani a Melilla.

Continuiamo con i temi politici, perché come saprai, recentemente in Spagna è stata approvata la cosiddetta ‘Legge bavaglio’. Questo, in che modo influenza il tuo lavoro?

Stanno cercando, e io credo che ci riusciranno, di fare in modo che tu ci pensi due volte prima di scattare una foto. Perché, se lo ritengono opportuno, possono farti subito una multa. E’ la Polizia, non un Giudice che decide se quello che stai facendo è legale o no. Nessun processo. La maggior parte di questi temi viene affrontata dai freelance che non possono permettersi di pagare 30.000 o 60.000 euro di multa. Questa legge di fatto criminalizza l’informazione libera, è una legge da dittatura.

Potrebbero averti multato per la tua foto vincitrice?

Per questa foto in particolare no, perché non si vedono agenti di Polizia. Ma prima di scattarla, avevo negoziato con gli agenti il mio spazio di manovra . Oggi, questo negoziato potrebbe finire con “ Se continui così, ti faccio una multa”.

Tu lavori come free-lance. Continuerai così?

Si, si. Non voglio avere contratti con nessuno.

Per essere libero?

Si e perché avevo cominciato così, con la crisi, nel 2007…

Alla fine, hai raggiunto un grande risultato con la foto, grazie alla quale hai vinto il premio. Te lo saresti mai aspett?

No, non te lo aspetti mai. Ci speri sempre, lo sogni e tutti gli anni ti iscrivi al concorso, ma non te lo aspetti mai.

E’ come vincere alla lotteria….

Si, è così. Quest’anno sono state presentate 100.000 fotografie. Di queste, ne vengono selezionate 40 e che tra queste 40 vinca proprio la tua, è un piccolo miracolo.

Questo premio ti ha in qualche modo cambiato la vita, a parte essere intervistato da persone come me?

A parte questo (ride)… Sicuramente, aumentano la tua notorietà e il tuo prestigio. E’ una nota di merito sul tuo curriculum. Ma credo che questo da solo non ti faccia diventare né migliore, né peggiore, come fotografo. Il mio modo di lavorare non è cambiato e neanche il mio modo di essere.

Come riesci a differenziarti dagli altri, a parte per la tua perseveranza, come dicevi prima?

Per le storie di cui ti occupi e per gli obiettivi che ti poni come fotografo. Non lo chiamerei stile, ma ha a che fare con quello che sei come persona. La tua visione riflette la tua personalità, il tuo modo di vedere il mondo. Questo è quello che ti differenzia da altri che si occupano dello stesso argomento.

Da quello che capisco, il fotografo tradizionale che lavorava per un unico giornale….

Non esiste più. Ma, per certi versi, è meglio così.

Ma c’è più instabilità.

C’è molta più instabilità, una precarietà molto forte, e qualcuno se ne approfitta. Siccome sanno che tutti sono disperati, abbassano i compensi, le condizioni sono fuori norma, non rispettano i diritti di immagine, eccetera. Tutto ciò è molto negativo e credo che, come fotografi, come free-lance, dobbiamo mantenere una posizione molto netta rispetto a questi abusi e stabilire che sotto una certa soglia, non si lavora e basta, senza compromessi. Detto questo, per la fotografia è comunque un bel periodo, perché è tutto nuovo. Puoi fare quello che vuoi. Ci sono piattaforme digitali dove il pubblico è molto coinvolto ed esperto. Questo ti consente di fare molte cose e lo trovo incredibile. L’idea di un fotografo che ha lavorato per tutta la vita solo per tre clienti mi risulta noiosa e inaccettabile.

Le fotografie premiate nel World Press Photo verranno esposte in più di 100 città, tra cui Madrid, Mosca e Città del Messico. Per maggiori informazioni: http://www.worldpressphoto.org/exhibitions

Gianfranco Tripodo pubblicherà prossimamente un libro sul progetto ‘Frontiera Sud’, nel quale sarà inclusa la foto vincitrice del World Press Photo.

[crp]

Author

Nacho Urquijo Sánchez (Spagna)

Studi / Lavoro: Giornalismo e Relazioni Internazionali

Lingue: spagnolo, inglese e un po’ di tedesco

L’ Europa è… un luogo perfetto dove cominciare il viaggio.

Blog: www.ignaciourquijo.wordpress.com

Twitter: @nachourquijo

Traduzione

Laura Barberis (Italia)

Studi/Lavoro: Teorie e tecniche della mediazione interlinguistica

Lingue: Italiano, Inglese, Spagnolo e Francese livello base

Questo articolo è tradotto anche in Bosanski - Hrvatski - Srpski, Català, Deutsch, English, Español, Français, Malti, Polski, [Main Site], Ελληνικά e Русский.

Author: Anja

Share This Post On

Submit a Comment

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

css.php

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi